Il termine perfezione deriva da perfecto, participio passato del verbo latino perfìcere, compiere. Un modello perfetto ha raggiunto il suo grado massimo di compimento, è “eccellente, esento da difetti, non suscettibile a miglioramenti” (Treccani). 

Nella cultura occidentale il difetto, la deviazione dal cammino verso l’alta qualità, non è accettato, è scartato perchè considerato non adatto ai canoni estetici. Si pensi alla costante ricerca di regole per raggiungere la massima elevazione, fin dall’antichità: il canone di Policleto, i solidi platonici, il chiasmo greco, l’uomo vitruviano, la simmetria compositiva, le cupole geodetiche. Cosa succede quando i progettisti si dimenticano delle restrizioni e valorizzano l’imperfezione tramite il design? 

LE IMPERFEZIONI NEI MATERIALI

I materiali sono in grado di raccontare la loro storia, osservandoli e ascoltandoli attentamente. Mostrano infatti i segni della loro nascita, dello sviluppo e del loro vissuto. Spesso capita però che ci siano degli “incidenti di percorso” che rendono la materia prima non conforme agli standard produttivi, ma come vedremo, conferiscono carattere e unicità. 

Il wabi sabi (侘寂), definibile come la visione del mondo giapponese, esprime questo concetto di “bellezza imperfetta, impermanente e incompleta” opposta a quella immutabile e divina occidentale. I designer, con la loro capacità di creare valore dove gli altri vedono inadeguatezza, possono prendere ispirazione dal wabi sabi valorizzando i materiali per la loro natura imperfetta. Gli esempi nel mondo del design sono molteplici e riguardano differenti accezioni del termine imperfezione, inteso come materiale apparentemente non idoneo a certe applicazioni, riciclo di materiali usurati, oggetto volutamente incompleto o rotto…

Prima di immergerci in una serie di casi studio riguardanti la valorizzazione delle imperfezioni nel legno, plastica, ceramica e vetro, è doveroso iniziare con un progetto del maestro Enzo Mari, recentemente scomparso. Il celebre designer piemontese durante la Mostra alla Triennale di Milano del 2015 ha esposto una collezione di mobili progettati in collaborazione con l’azienda giapponese Hida Sangyo. La particolarità è l’uso del legno sugi, una specie di cipresso giapponese massicciamente piantato durante la Seconda Guerra Mondiale. Il legno sugi non è comunemente utilizzato per la realizzazione di mobili a causa dell’alta presenza di nodi, ma Enzo Mari ha reso questi difetti un punto forza, contribuendo a ridurre la sovrabbondanza di questi alberi e preservando foreste con crescita più lenta.

 

LEGNO

Il legno è un materiale composito i cui sfridi di lavorazione variano a seconda che vengano prodotti pannelli e prodotti semifiniti, serramenti ed elementi di carpenteria o mobili, fino a sfiorare il 45% del tronco tagliato (dati). I motivi dello scarto sono la presenza dei cosiddetti difetti del legno, come i nodi, gli anelli di accrescimento, le sacche di resina, lesioni esterne provocate dall’uomo o interne provocate dal calore, dal gelo e dal vento. In realtà, il legno con questi difetti racconta il suo passato. 

Teca, Shiina + Nardi Design, photo by slowwood.net

 

Teca è una lampada vincitrice del premio A’Design Award 2015, progettata da Shiina + Nardi Design e realizzata dall’artista del legno Franceschinis e dall’artigiano del vetro Feenbo. L’elemento principale è un blocco di legno tornito fino a fargli raggiungere una sorta di trasparenza. L’effetto che crea la luce attraverso il materiale mostra la sua storia evidenziandone le venature, i nodi e i colori. Il legno scelto utilizzato viene prelevato da alberi di ciliegio già abbattuti; prima di essere lavorato viene bagnato e dopo la tornitura il processo di essiccazione rende la forma finale imprevedibile.

 

 

CERAMICA

Parlando di ceramica tocchiamo un tema differente relativo all’imperfezione, non riferita alla materia prima, ma al prodotto finito. Cosa facciamo quando rompiamo un piatto o un vaso? Lo buttiamo. La cultura occidentale non prevede di riparare e conservare una ceramica rotta (ti consigliamo questo interessante articolo a riguardo).

Riparazione tramite kintsugi, photo by kintsugiart.it

Non è così nella cultura giapponese, dove ancora una volta l’imperfezione diventa valore. Nel 1400 nasce la ormai popolare tecnica del Kintsugi (金継ぎ), letteralmente “riparare con l’oro”, che sostituiva il classico restauro a graffette, antiestetico e che diminuiva il pregio del pezzo. Al contrario, il kintsugi aumenta il valore della ceramica. I cocci rotti vengono incollati con una resina e la crepa viene evidenziata con della polvere d’oro.

 

 

 

 

Una seconda vita, Paolo Ulian, photo by paoloulian.it

I cocci rotti, progettati per rompersi in un determinato modo, caratterizzano il centrotavola Una seconda vita, un progetto del designer Paolo Ulian del 2006. I fori, creando delle linee tratteggiate, delimitano delle forme ellittiche che in caso di caduta potrebbero diventare linee di rottura, liberando così i singoli pezzi che diventano delle piccole ciotole.

 

 

 

PLASTICA

La plastica è un materiale che fa parte integrante della nostra quotidianità. Guardati intorno, cosa ormai non è fatto di plastica? Il problema dello smaltimento è ben noto da anni, perchè ogni anno si producono milioni di tonnellate di plastica vergine, 360 nel 2019 (dati da plasticeurope.org). Una domanda sorge spontanea: tutti gli oggetti di plastica necessitano di essere costituiti da plastica vergine per rispettare tutte le caratteristiche estetiche e tecniche? 

Sedia, Precious Plastic, photo by preciousplastic.com

Una risposta è fornita dal progetto Precious plastic che ha l’obiettivo di riciclare la plastica a casa propria con dei macchinari autoprodotti. Il processo è semplice: si lavano i rifiuti di plastica (contenitori, giocattoli, bottiglie…) e si dividono per materiale. La macchina trita la plastica in piccoli pellet. La plastica può essere fusa per creare del filamento per la stampante 3D, oppure colata in stampi. Il risultato è un prodotto di plastica che racconta la sua storia e unicità. La materia plastica evidenzia tutti i suoi “difetti” perchè riciclata, non li nasconde, e il risultato è di grande effetto.

 

 

VETRO

Il vetro è un materiale molto affascinante, soprattutto per la sua trasparenza e l’infinita varietà di sfumature e colori. Ma nasconde altre interessanti caratteristiche, dettate dalla sua natura 100% riciclabile. 

Glass Lab, photo by Diana Simpson Hernandez

Glass lab è un progetto di raccolta e trasformazione del vetro di scarto di piccole imprese londinesi: raccoglie gratuitamente i rifiuti di vetro e realizza prodotti per il settore pubblico. Il materiale raccolto viene frantumato in una grana fine, media e grossolana. Questi grani vengono miscelati con una bio-resina per produrre prodotti di arredo urbano, come delle piastrelle. Vengono così acquisite caratteristiche dettate non dalla sua purezza e perfezione, ma dall’irregolarità.

 

 

Bio-Glass, Coverings Etc, photo by coveringsetc.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bio-Glass è un materiale prodotto dall’azienda Coverings Etc composto da vetro riciclato e riciclabile al 100%, data l’assenza di coloranti o additivi. Il materiale è costituito da vetro post-consumo di bottiglie di birra, vino o barattoli. Si presta a essere utilizzato per banconi o piani di lavoro, pavimenti o pareti; è infatti pensato per essere messo “in bella mostra”, perché, nonostante sia evidente la sua natura riciclata, racconta la propria storia.

 

 

Dalle tecniche di riparazioni che esaltano le rotture, ai metodi di riciclaggio innovativi raccontati, possiamo porci qualche domanda interessante. I consumatori sono spesso abituati a vedere solo una faccia dei materiali, quella perfetta, che brilla e luccica. I designer saranno in grado di far entrare nella quotidianità materiali che raccontano molto di più di quello che mostrano? Siamo pronti ad accettare il difetto come il new black?

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